Il senso immateriale delle cose

Nella materia gli uomini cercano un contenuto che li sottragga al vuoto tanto indeterminato quanto sentito, che invade progetti e calcoli già definiti. La materia, osservata e desiderata con intensità, adulata, suscita un consenso senza remore e afferma la supremazia di una realtà a cui non si può dire no.

La materia offre allo stesso tempo notevoli possibilità di inciampo.

Pochi si rendono conto di ciò che un mio amico ha riassunto così: “La realtà è dove si posa la tua attenzione”. La realtà si sposta, si rovescia, si deforma: richiama l’esistenza che si scosta dalle consuetudini.

Allo stesso tempo il senso immateriale delle cose regala una coincidenza inaspettata con la parte visibile degli elementi. È il fondamento di ogni consistenza. È l’incontro che lega gli istanti e ne fa reale realtà.

Lo squarcio di verità che appare all’improvviso – oltre la trama solida delle entità fisiche – è fragile e delicato, innominato. Per dargli un nome serve una prontezza ormai sconosciuta, e a volte anche il coraggio di sfidare il ridicolo, di non badare a nient’altro.

“Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato” scrive Celine.

Il verbo inventare deriva dal latino inventus, part.pass. di invenire, “trovare, scoprire cercando”

Celine aveva vissuto la guerra, le trincee; “aveva conosciuto la piccola borghesia cinica e faccendiera, le durezze dell’Africa coloniale, la New York della folla solitaria, le catene di montaggio della Ford, la Parigi delle periferie desolate, dove faceva il medico dei poveri”.

Da un simile punto di vista portare in dote qualcosa di commestibile a un’esistenza scavata nella materia non è facile. La materia è insieme promessa e necessità. È fame da soddisfare, in ogni caso.
La condizione di chi sente l’urgenza di spiegare il senso immateriale delle cose è precaria, tanto da sembrare anomala, assurda, se non – per dirla tutta – sbagliata.

Eppure anche questa è necessità. Serve per andare al cuore dei motivi, delle ragioni, è indispensabile per scriverne e arrivare all’essenziale.
Smentire, usare la percezione di un’altra realtà, significa scontrasi con il piacere inconsulto dell’abitudine, che ormai è stata eletta come unica alternativa dell’immaginazione.

Chi possiede il senso immateriale delle cose vede attraverso le fratture delle azioni: accade qualcosa, che si espone ai cambiamenti, agli imprevisti, alla creatività.

In quell’istante diventa concreta la possibilità di spiegare, senza inciampare nelle buche di una materia tanto generosa quanto misera e indifferente.

Anche in questo caso le parole sono indispensabili, per ridurre la distanza da un’esperienza che potrebbe rimanere soltanto puro miraggio.

Storytelling e scrittura d’impresa: risultati concreti. L’impresa scrive, Ferrari risponde.

È cominciata così, per caso.

Qualche mese fa parlavo con un artigiano che è apprezzato nel mondo. È un vero innovatore perché ha organizzato la sua creatività e l’ha resa disponibile, pratica. Lo conosco da tempo: spesso ha idee nuove.

Voleva cambiare qualcosa nella comunicazione e gli ho proposto di fare un po’ di storytelling, per valorizzare quasi trent’anni di lavoro.

Il materiale che avevo a disposizione era enorme: di storie da raccontare ce n’erano, ma ho scelto le cose essenziali, quelle che oggi lo rendono unico, non solo in Italia. La sua storia d’impresa infatti ha una vocazione internazionale: questo dicono i fatti, i riscontri che ha, i paesi nei quali ha venduto e vende.

In genere, scrivere nelle imprese – specie in quelle piccole o piccolissime – è ancora considerato un fatto strano. Ma avevo fiducia: sapevo di essere in compagnia di una persona eclettica. La materia con la quale ha a che fare tutti i giorni non lo limita. La sua capacità critica mi intrigava.

Dopo qualche giorno la storia era davanti ai nostri occhi, sullo schermo del computer.

Volevo esserci, vedere la sua reazione. Le parole che avevo scritto funzionavano: non c’era nemmeno bisogno di dirlo. Contenti per il passo ben fatto siamo andati al bar per un caffè.

È stato a quel punto che l’idea è arrivata.
In un certo senso era già lì, nel racconto che avevamo appena finito di leggere.

L’idea era compresa nella storia d’impresa, lo storytelling l’ha riportata alla luce.
C’era qualcosa di importante nelle parole, un po’ nascosto dal tempo, dai giorni di lavoro frenetici.

Come Stephen King suggerisce nel suo  – On writing – ho fatto attenzione a spolverare con cura quel reperto che avevo trovato. Con cura e attenzione, per non romperlo, per non snaturarlo.

C’era un’idea nuova: ne abbiamo parlato, il tono era a metà fra l’ironico e il cinico.

Poi mi sono messo a scrivere una presentazione. Breve. Venti righe, più o meno.

Insomma, ho raccontato un’altra storia. Ci ho messo la suggestione che abbiamo provato in quei momenti, quando ci siamo accorti che lo storytelling aveva appena svelato una possibilità, un nuovo progetto da proporre. Fra l’altro l’idea stava su una linea di confine inedita.

L’email è partita qualche giorno dopo. La Ferrari – dico – la Ferrari, dopo una decina di giorni ha risposto. Ha risposto il capo di quel tipo di progetti. Adesso l’artigiano e la Ferrari stanno facendo insieme un pezzo di strada, per capire meglio se e come si può fare.

Sono contento.

L’impresa artigiana non sa ancora cosa accadrà. Però si è fatta conoscere.
La sua storia e i suoi risultati sono stati considerati e apprezzati.
Ecco perché la scrittura e lo storytelling muovono l’impresa.