Pensiero laterale, scrittura trasversale

Al primo punto di un ipotetico manifesto della scrittura d’impresa scriverei:

  • Pensiero laterale, scrittura trasversale

L’idea è di sintetizzare una filosofia concreta del mestiere, lasciando perdere per una volta i principi tecnici. Elenchi e regole del genere ci sono già e naturalmente sono indispensabili per lavorare bene.

Quello che ho in mente è uno strumento alternativo di scrittura, anche per interpretare necessità e obiettivi del cliente. Uno strumento utile per sviluppare e osservare la creatività, per metterla alla prova.

La scrittura è incontro. Cercate punti di vista alternativi e avvicinate in modo indiretto il problema. Sviluppate il vostro stile con la pratica del pensiero laterale: la scrittura trasversale sarà una conseguenza delle osservazioni fatte da angolazioni diverse. In un certo senso si rivelerà da sola, senza troppo sforzo.

Le abitudini magari saranno un po’ stravolte, ma si sa: “Ogni abitudine rende la nostra mano più ingegnosa e meno agile il nostro ingegno” scrive Friedrich Nietzsche.

Sarà bene o male? È una domanda inutile. Dipende dai risultati che desiderate raggiungere. Forse ne uscirà qualcosa di nuovo: ad ascoltare la voce interiore la strada si farà con un altro stile.

A volte è bene rischiare un po’, per cercare la nostra voce. Perché abbiamo una voce che ci appartiene, così come ci appartiene il diritto di condividere il nostro tempo con lei.

La scrittura d’impresa aiuta a spiegare il cambiamento

Per alcuni fare le cose nel solito modo è ancora possibile.
Ci sono i risultati – dicono – vuol dire che va bene così.
Per altri, sempre più numerosi, il compito è di trovare ogni giorno soluzioni nuove a problemi nuovi.

La scrittura aiuta a spiegare il cambiamento.
È un progetto di consapevolezza, destinato alle imprese prima ancora che ai loro clienti, ai fornitori, agli uffici stampa.

Leggendo il libro “La città dei capi”Open leadership. Dal capitale umano al capitale sociale – di Paolo Bruttini, 2014, Ipsoa, ho imparato alcune cose. Ad esempio – nella parte che riguarda il Change management 2.0  – ho imparato che per capitale sociale si intende il patrimonio di conoscenza dell’organizzazione, frutto delle conoscenze di molti. 

Il mondo della conoscenza condivisa è il mondo nel quale oggi avvengono i cambiamenti più rilevanti delle organizzazioni che favoriscono e consentono l’adattamento.

In un capitolo molto interessante del libro Ernesto Capozzo spiega la sua visione, che riporto qui sotto :

“Quando si pensa al cambiamento bisogna considerare due aspetti: da un lato la resilienza che è la capacità di resistere ai traumi e reagire, dall’altro vi è il tema della creatività, ovvero la capacità di creare qualcosa di nuovo. Il problema è poi portare queste caratteristiche a livello superiore nell’insieme di persone, nei gruppi, nelle organizzazioni! E qui subentra l’altro principio fondamentale della natura ovvero l’inerzia che tende a frenare qualsiasi cambiamento”

“Per migliorare la reattività  è necessario ridurre gli sprechi nella comunicazione, concentrarsi  su nuovi parametri d’intervento, quali le relazioni, i collegamenti, la conoscenza, il benessere personale ; inserisco questo  ultimo parametro  perché il benessere organizzativo  dipende dalle persone e da un clima interno basato sulla  fiducia reciproca”

“Se le persone si sentono valorizzate,operano in modo diverso, più partecipativo, si calano nei problemi , partecipano alla rimozione degli stessi  con  naturalezza e contribuiscono a dare la nuova linfa vitale, necessaria alle azienda per essere reattive”

Dice Ernesto Capozzo che le nuove priorità sono: 1- Adattibilità  2- Valorizzazione delle persone 3- Storytelling

Ancora, ho imparato che la parola “innovazione” è abusata, spesso confusa con “creatività”.
L’impresa, per innovare davvero, deve essere in grado di organizzare la creatività.

Creatività è un termine che va di moda; esiste (per fortuna), è necessaria, ma senza organizzazione rischia di produrre effetti contrari a quelli desiderati. Il fallimento di un’idea non porta innovazione e scoraggia le persone, che poi non rischieranno più il proprio tempo e le proprie energie.

La scrittura d’impresa racconta – anche – le capacità delle organizzazioni che di fronte a cambiamenti inevitabili favoriscono e consentono l’adattamento; valorizza con parole adatte le imprese che agiscono di conseguenza. In definitiva consolida la reputazione, fa vendere meglio prodotti e servizi.