La coscienza delle parole, di Elias Canetti

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La coscienza delle parole di Elias Canetti è uno dei libri che amo di più.

La prima edizione risale al 1974; Adelphi l’ha pubblicato in Italia nel 1984. 

Già il titolo, magnifico, apre alla vastità del tema: il volume è composto dai saggi scritti fra il 1962 e il 1974 e si chiude con il discorso tenuto da Canetti a Monaco di Baviera nel gennaio del 1976, intitolato La missione dello scrittore

Canetti riunisce nel libro “figure come Kafka e Confucio, Büchner, Tolstoj, Karl Kraus e Hitler, catastrofi terrificanti come quelle di Hiroschima e considerazioni letterarie sulla stesura dei diari o sulla genesi di un romanzo”, che rappresentano le tappe spirituali della sua vita adulta, come egli stesso scrive nella premessa.

Argomenti in apparenza lontani e incompatibili gli sembrarono allora rilevanti: declinati al presente assumono ulteriore profondità.

“Il pubblico e il privato non sono più separabili ormai, si compenetrano a vicenda in modi che in passato sarebbero apparsi inauditi” scrive fra l’altro Canetti, in un’epoca che ancora non conosceva i social.

La forza spirituale di questi saggi illumina: c’è la consapevolezza della molteplicità che vive nell’essere umano, la coscienza che lo scrittore abbia la responsabilità di sentire in sé il caos, pur non apprezzandolo e non trovandosi a suo agio in quel caos, perché “se vuole dire qualche cosa che abbia un certo valore riguardo al mondo in cui viviamo, lo scrittore non può scansarlo né allontanarlo da sé (…) ma dovrà recarlo in sé così com’è, e non lisciarlo e ripulirlo ad usum delphini, cioè a uso del lettore. Nello stesso tempo non dovrà abbandonarsi alla mercé del caos e anzi, basandosi sulla propria esperienza, dovrà saperlo contrastare”.

È costante la presenza della responsabilità dello scrittore: “Quanto più ci separiamo da noi stessi, quanto più ci consegnamo a istanze senza vita, tanto meno riusciamo a padroneggiare quello che accade”.

Nel saggio intitolato Accessi di parole, Canetti ricorda: “avevo riempito pagine e pagine di parole tedesche che non avevano alcun rapporto con le cose a cui stavo lavorando (…) Si trattava di parole singole, il cui insieme era del tutto sprovvisto di senso. Assalito tutt’a un tratto da una specie di furore, riempivo fulmineamente pagine e pagine con un gran numero di parole. Molto spesso erano sostantivi, ma non soltanto, scrivevo anche verbi e aggettivi”.

Canetti si vergognava di questi suoi “accessi di parole”, e quando ne percepiva l’erompere imminente si chiudeva a chiave in una stanza fingendo di lavorare.

“Durante questa attività mi sentivo particolarmente felice. Da allora non posso dubitare che le parole siano dotate di una loro speciale carica passionale. In realtà sono come le persone, non tollerano di essere trascurate, o dimenticate. A prescindere da come sono custodite, rimangono in vita e saltan su all’improvviso per reclamare i loro diritti”.

Il saggio su Kafka, intitolato L’altro processo. Le lettere di Kafka a Felice, offre al lettore la possibilità di entrare nella vita di Kafka attraverso quelli che, come afferma Canetti, “è troppo poco definire documenti”. Il saggio su queste lettere, pubblicate quarantatrè anni dopo la morte del suo autore, è ricchissimo di spunti per capire la genesi dell’opera di Kafka. Ecco allora la tensione che lo consumava (in me stesso non trovo riposo), le poche energie, il suo scrivere di notte, la magrezza estrema (sono l’essere umano più magro che io conosca, e certo vuol dire qualcosa dal momento che ho già girato parecchio nelle case di cura …), la spietata, puntigliosa esattezza con la quale si racconta, la precisione con la quale descrive la propria irresolutezza: “Ti è mai capitato … di conoscere l’incertezza, vedere che per te sola, a prescindere da chiunque altro, si aprono in varie direzioni diverse possibiltà, e nello stesso tempo sentire sorgere in te il divieto di muovere un passo …”

Sono solo alcuni spunti: il libro, di quattrocento pagine, ne richiederebbe almeno qualche decina a commento. Nella sua polivalenza, il tema della metamorfosi è toccante: è compito dello scrittore essere custode della metamorfosi, poiché la metamorfosi contiene i miti dell’umanità, “dall’enorme riserva delle tradizioni orali dei popoli primitivi” all’epopea mesopotamica di Gilgamesh, a Ulisse, “prima figura entrata a far parte della letteratura universale”.

Invito chiunque a leggere questo libro, anche per riflettere sui modelli che hanno retto perfino alla mostruosità del secolo scorso. Scrive Canetti, “Tribù che contano talvolta poche centinaia di esseri umani ci hanno lasciato una ricchezza che certo non meritiamo, poiché per colpa nostra quegli esseri si sono estinti o si stanno estinguendo sotto i nostri occhi, mentre noi li guardiamo appena. Essi hanno salvaguardato fino alla fine le loro esperienze mitiche e la cosa strana è questa: quasi nulla ci è utile e quasi niente ci riempie di speranza più di queste antiche e incomparabili creazioni poetiche scritte da uomini che sono finiti nella più amara miseria dopo essere stati da noi cacciati, truffati e rapinati. Gli uomini che noi abbiamo disprezzato per la loro modesta civiltà materiale e che da noi sono stati sterminati ciecamente e spietatamente, sono gli stessi uomini che ci hanno tramandato un’eredità spirituale inesauribile”.

By stefanosandri

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