Esercizio di improvvisazione

Ho finito da poco la lettura del libro di Stephen Nachmanovitch, Il gioco libero della vita – trovare la voce del cuore con l’improvvisazione – Editore Feltrinelli – e ho deciso di scrivere un post come esercizio di improvvisazione, senza aver pensato a una struttura, senza aver deciso nulla di ciò che scriverò.

Può essere un rischio, e potete credere o meno che le cose stiano davvero così, ma è un gesto liberatorio che è nella natura umana e per questo ha un senso profondo.
Un esercizio per unire l’esperienza con la naturalezza, per segnare un’altra tappa nel mio viaggio dentro il pensiero e la scrittura. E per riuscirci non mi preoccupo, mi rilasso, evito la rigidità, il senso opprimente della scadenza, del tempo pesante.
Prendo l’esercizio come divertimento, come gioco, un gioco che però è serio; gioco con la serietà con la quale il bambino gioca (c’è un famoso aforisma di Nietzsche al riguardo).

Perché il bello sta nel sentire e liberare il flusso dei pensieri, che arrivano all’improvviso, ma non sono improvvisi; sono spontanei, e come dice la quarta di copertina del libro che ho sul tavolo, nascono dal terreno che noi prepariamo. 

Chiunque abbia fatto esperienza di improvvisazione lo sa: è così che si formano la voce e le immagini. Che si tratti di scrivere, suonare o dipingere.

Il libro ci insegna che la capacità di sentire e trasformare il sentimento in gioco libero è ostacolata dagli eventi che ogni giorno ci costringono a interrompere, se non a bloccare, questo flusso creativo che si muove in continuazione senza che ce ne accorgiamo. A volte basta un attimo per vedere, il resto sta alla nostra volontà, o meglio alla capacità di seguire l’intuizione, di assecondarla, di ascoltarla, di metterla alla prova nello stesso momento in cui la percepiamo. Penso a una frase di Stephen King in It: “Ogni cosa porta a ogni cosa”. E a Leonardo da Vinci: “Ogni nostra cognizione principia dai sentimenti”. Dal sentire con emozione al contenuto, dal contenuto alla forma. Dalla forma a un’altra forma, che la contiene. Nell’improvvisazione consapevole la struttura prende senso da sola.

Connessione con noi stessi, prima di tutto. Capacità di essere vulnerabili per essere forti. Ciò che è rigido a lungo andare si spezza. Chi trova la sua voce parla agli altri e la sua voce diventa parte del tutto. Un altro concetto che ho trovato nel libro è quello della resa. Lasciare la paura di sbagliare, la vergogna, ammettere l’inconscio senza opporre resistenza.

E ora apro il libro, mi sono annotato all’inizio del volume pagina 54, perché ho trovato una frase che sento mia e che sconfina dalla scrittura dedicata soltanto al mondo del lavoro.

Eccola: “Allo stesso modo, scrivere è arte solo quando ami il linguaggio, quando trai soddisfazione dal giocare con l’immaginazione, non se la consideri un semplice strumento di trasmissione delle tue idee. Lo scopo della scrittura letteraria non è “dire qualcosa”, ma stimolare stati immaginifici”.

Stimolare stati immaginifici è molto più che dire qualcosa. È permettere a ognuno di riconoscere una parte del suo mondo dentro quello stato immaginifico. È la risonanza universale nella dimensione personale.

Come dice l’autore “si tratta di sfumature progressive, naturalmente”. Intende dire che anche in altri ambiti, magari in maniera più sfumata, c’è una scrittura che può rivelare “stati immaginifici”. Rimane il fatto che per improvvisare è necessaria un po’ di quella follia dei matti, di certi buffoni sacri o degli sciamani. Il libro accenna anche a questo, alla saggezza del matto, che è ricorrente in Shakespeare.

Se ne parlo qui è anche per dire alle imprese che vogliono o vorrebbero darsi un’identità, anzi l’identità, che farebbero bene a interrogarsi in libertà sui motivi che le spingono a fare quel che fanno.

Qual è la vostra identità? Come nasce?

Fatevi queste domande e provate un esercizio di improvvisazione. Non sarà inutile, anche se non è nei programmi.