La parola potente

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Torno a scrivere sul blog dopo un mese e mezzo. Nel frattempo ho fatto esperienze molto positive di formazione in azienda. È bello quando ingegneri e  laureati in economia ti chiedono di tornare, dopo aver verificato i risultati ottenuti. Applicare le regole ai contenuti reali dell’azienda è sempre quello che ci vuole per dimostrare l’importanza della scrittura professionale.

Oggi però mi allontanerò dal mondo della scrittura d’impresa, per avvicinarmi a quello della narrativa. Su “La lettura” del 10 gennaio 2016 ho trovato un articolo di Chigozie Obioma, scrittore nato in Nigeria e residente negli U.S.A., che mi è piaciuto perché parla della parola audace, potente, quella che sta diventando sempre più rara “in un mondo inondato da parole banali e svuotate di senso”.

Nell’articolo la critica è rivolta anche alle scuole o ai laboratori di scrittura nei quali viene incoraggiata “la cultura dell’umiltà letteraria forzata”, che secondo Obioma è soprattutto da biasimare. In realtà – e sono d’accordo con lui –  non si può affermare che il minimalismo non abbia le sue qualità e, aggiungo, Raymond Carver e la sua opera sono lì a testimoniarlo, ma in Carver c’è lo stile riconoscibile attraverso il quale la sua scrittura e la narrativa del mondo che descrive diventano “visione elevata di quel mondo”.

Scrive Obioma che il minimalismo e “la sua cieca adozione come unico stile praticabile in tanti romanzi contemporanei deve essere messa in dubbio se vogliamo mantenere sana la cultura letteraria”. E il punto è proprio questo: di Carver ne è esistito uno (anche se potremmo parlare forse di John Cheever e magari di Hemingway).

La forza della parola e lo stile sono legati – come scrive Garth Risk Hallberg – “a qualcosa che si sviluppa nel tempo e nel contesto”. Se lo stile “si trasforma in maniera” non va bene. È il contesto “ciò che dovrebbe decidere o generare lo stile di tutte le opere di narrativa”.

A un certo punto dell’articolo Obioma scrive: “Quello di cui gli scrittori devono essere consapevoli è il controllo della prosa fiorita. Come in tutte le cose di questo mondo l’eccesso è l’eccesso, però la povertà è la povertà … Gli scrittori devono capire che i romanzi memorabili, quelli che diventano veri monumenti, sono quelli che eccedono in favore della prosa audace, che ogni tanto acconsentono all’esagerazione, e non quelli che confezionano una storia – per quanto toccante – in una prosa inadeguata”.

Su quest’ultima affermazione di Obioma posso dire che, a mio parere, c’è un romanzo, brevissimo, un romanzo filosofico, come dicono alcuni, che va oltre il pensiero di Obioma e rende concreta la parola potente e audace con uno stile minimalista. Lo straniero di Albert Camus, genio della letteratura, contiene tutti gli elementi citati e dimostra che il contesto dovrebbe decidere e generare tutte le opere di narrativa”.

È chiaro che “l’eccesso e l’assenza di controllo, che possono diventare ostacoli a qualunque cosa nella vita” si riflettono con gli stessi esiti anche nella pagina scritta.

Il pericolo più grande – continua Obioma – “è che gli scrittori di narrativa contemporanea stanno diventando senza saperlo complici del continuo svuotamento del potere del linguaggio … Le parole un tempo erano così potenti, così venerate che, come ha osservato una volta il critico della cultura Sandy Kollick, “pronunciare il nome di una cosa era di fatto invocare la sua esistenza, sentire la sua forza pienamente presente … e poiché gli scrittori adeguano il linguaggio alla prosa romanzesca in conformità a quest’epoca di parole prive di potere, il linguaggio viene privato di forza, e ciò conduce all’inesorabile svuotamento dell’esperienza umana”. Proprio ciò che la narrazione dovrebbe conservare – scrive ancora Obioma – in forma di libri rilegati e tascabili.

Il linguaggio è “un elemento vivente” e non dobbiamo soffocarlo, a costo di sembrare fuori dal tempo, perché, come scrive Oscar Wilde in uno dei suoi aforismi, “Sono solo i moderni a diventare sorpassati”.

 

 

 

By stefanosandri

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