La comunicazione nell’impresa che cambia

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“Oggi la comunicazione viene considerata una funzione strategica dalla maggioranza delle organizzazioni che interagiscono nel nostro sistema sociale. Le identifica, le legittima, permette loro di guadagnarsi consenso e di operare per conseguire gli obiettivi che hanno tutti i sistemi: sopravvivere, proteggersi, procurarsi risorse, espandersi”.
Annamaria Testa

La domanda che rivolgo alle imprese è: quale ruolo ha la comunicazione all’interno di un’organizzazione che deve consentire e favorire l’adattamento per continuare a esistere?

Per farsi capire bene l’azienda ha bisogno di approfondire regole e strumenti della scrittura. La condivisione della conoscenza nelle organizzazioni vale anche a proposito dell’espressione verbale.

Le parole sono connessioni: uniscono le persone, che fanno parte del corpo dell’impresa. L’impresa si rivolge ai mercati, che a loro volta sono fatti di persone, i quali comunicano con le parole. Le persone, dunque i mercati, leggono e scrivono, e in questo modo si formano un’opinione, decidono quali aziende contattare e perché.

Le parole scritte, nell’organizzazione che si adatta ai cambiamenti, sono segno di condivisione della conoscenza, di confronto aperto, di approfondimento espressivo. I mercati non chiedono di meglio, perché vogliono sapere con precisione con chi hanno a che fare. Il primo contatto fra l’azienda e il cliente avviene  con le parole che l’azienda usa per comunicare.

Leggere tante storie aziendali mi fa capire che non raccontano davvero: elencano soltanto alcuni avvenimenti. Le innovazioni, le leadership e i successi rimangono spesso indefiniti: mancano le spiegazioni necessarie.

Chiunque conosca i principi che stanno alla base della vendita sa che la comunicazione funziona solo quando non è autoriferita. Condividere con le parole adatte i progetti, i servizi e i prodotti significa motivare il cliente, connettere il suo modo di pensare e di vivere con quello dell’azienda.

Pubblicato in settembre da Gius. Laterza & Figli, “Con parole precise” di Gianrico Carofiglio – breviario di scrittura civile – è un libro bello e necessario.

Faccio questa citazione perché Carofiglio spiega bene che “le società vengono costruite e si reggono essenzialmente su una premessa linguistica: sul fatto cioè che dire qualcosa comporti un impegno di verità e di correttezza nei confronti dei destinatari”. “Scrivere bene, in ogni campo, ha un’attinenza diretta con la qualità del ragionamento e del pensiero”.

Le aziende che scrivono bene, che conversano con un linguaggio chiaro e umano, producono nel lettore una percezione di coerenza e di onestà.

Nel libro c’è anche una parte molto bella sul linguaggio dei giuristi. Carofiglio lo conosce bene e lo considera “esemplare nella sua antidemocratica bruttezza. Una lingua che racchiude in sé, più di ogni altra, i vizi dello scrivere male come conseguenza del pensare male”.

Leggo molti testi d’impresa scritti in gergo tecnico-burocratico, in aziendalese. Testi nei quali l’espressione verbale è piatta, complicata dall’abuso di gerundi e avverbi. Un muro di parole che contiene espressioni logore provocate dai riflessi condizionati dell’abitudine.

Chi crede alla funzione strategica della comunicazione sa che è necessario – oggi più che mai – ripartire dalla parola scritta. Per “guadagnarsi consenso e conseguire gli obiettivi che hanno tutti i sistemi: sopravvivere, proteggersi, procurarsi risorse, espandersi”.

By stefanosandri

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