La scrittura d’impresa aiuta a spiegare il cambiamento

Per alcuni fare le cose nel solito modo è ancora possibile.
Ci sono i risultati – dicono – vuol dire che va bene così.
Per altri, sempre più numerosi, il compito è di trovare ogni giorno soluzioni nuove a problemi nuovi.

La scrittura aiuta a spiegare il cambiamento.
È un progetto di consapevolezza, destinato alle imprese prima ancora che ai loro clienti, ai fornitori, agli uffici stampa.

Leggendo il libro “La città dei capi”Open leadership. Dal capitale umano al capitale sociale – di Paolo Bruttini, 2014, Ipsoa, ho imparato alcune cose. Ad esempio – nella parte che riguarda il Change management 2.0  – ho imparato che per capitale sociale si intende il patrimonio di conoscenza dell’organizzazione, frutto delle conoscenze di molti. 

Il mondo della conoscenza condivisa è il mondo nel quale oggi avvengono i cambiamenti più rilevanti delle organizzazioni che favoriscono e consentono l’adattamento.

In un capitolo molto interessante del libro Ernesto Capozzo spiega la sua visione, che riporto qui sotto :

“Quando si pensa al cambiamento bisogna considerare due aspetti: da un lato la resilienza che è la capacità di resistere ai traumi e reagire, dall’altro vi è il tema della creatività, ovvero la capacità di creare qualcosa di nuovo. Il problema è poi portare queste caratteristiche a livello superiore nell’insieme di persone, nei gruppi, nelle organizzazioni! E qui subentra l’altro principio fondamentale della natura ovvero l’inerzia che tende a frenare qualsiasi cambiamento”

“Per migliorare la reattività  è necessario ridurre gli sprechi nella comunicazione, concentrarsi  su nuovi parametri d’intervento, quali le relazioni, i collegamenti, la conoscenza, il benessere personale ; inserisco questo  ultimo parametro  perché il benessere organizzativo  dipende dalle persone e da un clima interno basato sulla  fiducia reciproca”

“Se le persone si sentono valorizzate,operano in modo diverso, più partecipativo, si calano nei problemi , partecipano alla rimozione degli stessi  con  naturalezza e contribuiscono a dare la nuova linfa vitale, necessaria alle azienda per essere reattive”

Dice Ernesto Capozzo che le nuove priorità sono: 1- Adattibilità  2- Valorizzazione delle persone 3- Storytelling

Ancora, ho imparato che la parola “innovazione” è abusata, spesso confusa con “creatività”.
L’impresa, per innovare davvero, deve essere in grado di organizzare la creatività.

Creatività è un termine che va di moda; esiste (per fortuna), è necessaria, ma senza organizzazione rischia di produrre effetti contrari a quelli desiderati. Il fallimento di un’idea non porta innovazione e scoraggia le persone, che poi non rischieranno più il proprio tempo e le proprie energie.

La scrittura d’impresa racconta – anche – le capacità delle organizzazioni che di fronte a cambiamenti inevitabili favoriscono e consentono l’adattamento; valorizza con parole adatte le imprese che agiscono di conseguenza. In definitiva consolida la reputazione, fa vendere meglio prodotti e servizi.

Ideali elevati: parole e violenza

“Bisogna ricordare che il ricorso alla violenza è sempre stato accompagnato da una scorta adeguata di ideali elevati”.

Questa frase si può leggere in Hegemony or Survival di Noam Chomsky, libro del 2003.

The Guardian definisce in questo modo Chomsky: “Insieme a Marx, Shakespeare e la Bibbia, Chomsky è tra le dieci fonti più citate nella storia della cultura”.

Secondo un documento della Casa Bianca, diffuso il 17 settembre 2002, intitolato The National Security Strategy of the United States of America, “le nostre forze armate saranno abbastanza efficaci da dissuadere i potenziali avversari dall’intraprendere una crescita militare nella speranza di superare o eguagliare la potenza degli Stati Uniti”.

John Ikenberry, esperto di questioni internazionali – citato nel libro di Chomsky – descrive questa dichiarazione come una “grande strategia che parte da un impegno fondamentale a mantenere un mondo unipolare in cui gli Stati Uniti non abbiano concorrenti alla pari”.

Sempre  John Ikenberry, in Foreign Affairs settembre-ottobre 2002 scrive che questa strategia rischia di “rendere il mondo più pericoloso e diviso, e gli Stati Uniti meno sicuri”.

Ciò che sta accadendo conferma la sua lucidissima previsione.

I disastri in Iraq e la frammentazione dei conflitti, l’Isis, sono conseguenze di questa politica, annunciata anche attraverso espressioni quali “guerra preventiva”.

Era viva anche la sollecitudine di Mussolini per le “popolazioni liberate” dell’Etiopia.
I giapponesi miravano alla Manciuria e alla Cina settentrionale, per creare “un paradiso in terra”.

L’invasione russa dell’Ungheria nel 1956 – scrive ancora Chomsky – fu giustificata con il presunto invito da parte del governo ungherese, che avrebbe chiesto una “risposta difensiva ai finanziamenti stranieri delle attività sovversive e delle bande armate all’interno dell’Ungheria …”

 In maniera simile gli Stati Uniti aggredirono il Vietnam del Sud per “autodifesa collettiva” e contro “l’aggressione interna” dei sudvietnamiti. (Espressioni rispettivamente di Adlai Stevenson e John F. Kennedy)

Chomsky scrive anche che “non dobbiamo pensare per forza che tali affermazioni, per quanto grottesche, siano in malafede. Spesso si ritrova la stessa retorica nei documenti interni, che non avrebbero ragione di mentire”.

Mi viene spontaneo citare Celine, il quale nel Voyage scrive:

La commozione sulla sorte, sulla condizione dei miseri … Ve lo dico io, gentucola, coglioni della vita, bastonati, derubati, sudati da sempre, vi avverto, quando i grandi di questo mondo si mettono ad amarvi, è che vogliono ridurvi in salsicce da battaglia… È il segnale… È infallibile. È con l’amore che comincia.”

Nelle parole c’è più di un indizio sul futuro e sulla consistenza delle cose.

 

 

Dai sensi al verbo. Sentire le parole

I nostri respiri vanno di fretta, non trattengono il senso delle cose.

Sentire le parole non è lavoro di tutti i giorni. O almeno così potrebbe sembrare.

Il bambino unisce per la prima volta le sillabe magiche: ecco che le parole mamma e papà rendono concreto lo svolgimento fisico di un’esperienza.
Noi abitiamo le parole molto più di quel che crediamo.

Sembra che questa capacità di sentire le parole non sia così comune, ma non è vero.

Il fatto è che diventare adulti significa misurare il nostro grado di affrancamento dalla verità. Con il tempo la parola diventa solo una parola: la vita che contiene è perduta.

Poi uno va a leggersi il Cluetrain Manifesto del 1999, e trova, fra le altre, queste riflessioni:

  • I mercati sono conversazioni.
  • I mercati sono fatti di esseri umani, non di segmenti demografici.
  • Le conversazioni tra esseri umani suonano umane. E si svolgono con voce umana.

Le parole agiscono insieme alla coscienza immane che possediamo da sempre.

La coscienza delle parole ci sembra da questo punto di vista qualcosa di ormai misterioso e opaco, forse addirittura inutile.

Quando ne parlo a volte faccio un esempio e prendo il verbo devastare: formato da un de intensivo e da vastare, rendere vuoto, spopolato, da vastus, deserto.

Me li immagino, questi uomini nel deserto, mentre osservano la distesa infinita di sabbia.

Il deserto, superficie enorme, spopolata.
L’uomo può sentire di essere nulla, nel nulla.
Oppure penso alle città bombardate durante la guerra, anche quelle, devastate.
Lo spirito devastato vive l’esperienza fisica del verbo. Lo sente, partecipa al suo significato.

Apprendere il senso della parola significa avere a disposizione un mezzo formidabile per interpretare meglio la vita. Provate a sentire le parole: vi avvicinerete a  voi stessi e agli altri.

Molte porte si apriranno.